Trump sulla politica della unica Cina

0
733

Come era facile da prevedere Trump ha continuato a destare scalpore e ha iniziato in un certo senso a seminare il panico a partire dai primi attimi successivi alla sua elezione e lo ha fatto accettando una telefonata di congratulazioni dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen. La telefonata ha subito suscitato le ire di Pechino, andando a rincalcare la già tesissima situazione fra l’isola e la capitale della Cina. Le luci si sono così riaccese sul principio della “unica Cina”, che secondo Trump sarebbe immotivato e privo di fondamenta.

COS’E’ IL PRINCIPIO DELLA “UNICA CINA”

Il principio della “unica Cina”, fortemente difeso da Pechino, prevede che tutti i cinesi che vivono da un lato o dall’altro dello Stretto di Formosa che divide la Cina continentale da Taiwan, appartengono a un’unica Cina e che “Taiwan è parte della Cina“.

Nonostante si sia dichiarata indipendente nel 1949, quando le forze nazionaliste del Guomindang, sconfitte dai comunisti, si rifugiarono sull’isola, proclamando la Repubblica di Cina. Da allora entrambe le sponde dello stretto si definiscono un’unica Cina, con Pechino che punta da sempre a riannettere quella che considera “l’isola ribelle” e Taiwan che difende la propria autonomia.

La sterzata potenziale che vorrebbe attuare Trump è notevole, in quanto, prefigura un cambio di strategia quasi totale rispetto alle linee guida bi-partisan che hanno orientato l’atteggiamento di Washington verso Pechino negli ultimi 40 anni, nella sostanziale continuità fra repubblicani e democratici.

Il disgelo con la Cina iniziò a maturare nel 1969, divenne visibile con lo storico viaggio di Richard Nixon a Pechino e il suo incontro con Mao Zedong nel 1971. Il risultato finale di quell’operazione – che agganciava la Cina agli Stati Uniti, indebolendo il campo comunista guidato dall’Urss – giunse nel 1979 quando gli americani ruppero le relazioni diplomatiche con Taiwan. Di Cina poteva essercene una sola, e da quel momento diventava la Repubblica Popolare governata dai comunisti.

Taiwan, da allora, ha comunque continuato ad essere protetta militarmente dagli Stati Uniti, ma in una sorta di relazione semi-clandestina, e l’ambasciata Usa a Taipei è stata sostituita da un ‘ufficio commerciale‘. Le forniture di armi made in Usa continuano ad essere fondamentali per la difesa di Taiwan, così come la promessa che l’America entrerebbe in azione, qualora la Repubblica Popolare l’attaccasse. Il principio ‘una sola Cina‘ non è mai stato rimesso in discussione, nonostante gli alti e bassi della relazione Washington-Pechino: neppure dopo il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989.

LA POSIZIONE DI TRUMP SULLA POLITICA DELLA UNICA CINA

La Cina è uno dei bersagli preferiti del piano in sette punti attraverso cui il neoeletto presidente USA Donald Trump vuole ricostruire l’economia a stelle e strisce contrastando il libero commercio. Protezionismo, in una parola. Come scrivono gli analisti della banca Hsbc (The Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), Trump intende dare il mandato al segretario del Tesoro perché stigmatizzi la Cina come un Paese che manipola la valuta (punto 5), e ordinare al rappresentante del Commercio degli Stati Uniti di sollevare cause commerciali contro Pechino, nel Paese e davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).

L’atteggiamento sussidiario della Cina è scorretto ed è proibito dai termini del suo ingresso nel Wto”, predica il piano di Trump al punto 6. Infine (punto 7) sfruttare tutti i poteri concessi della carica presidenziale per fermare le “attività illegali” dei cinesi, compresi “i furti di segreti industriali americani”, applicando dazi più alti come previsto dalle sezioni 201 e 301 del Trade Act del 1974 e la sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962.

Detto ciò appare chiaro come Trump sulla politica della Unica Cina si esprime facendola diventare una politica fungibile, negoziabile: lo mette sul tavolo come uno degli elementi di una rinegoziazione a tutto campo, dove ciò che lo interessa è portare a casa condizioni migliori sul commercio. 

Proteggere l’industria americana dalla concorrenza sleale, difendere i posti di lavoro americani, è più importante che tenersi buoni i leader di Pechino, nella fattispecie Xi Jinping. Se vi si aggiunge il clima cordiale (a dir poco) con Vladimir Putin, si può arrivare a immaginare che Trump faccia un’operazione speculare e opposta a quella di Nixon: riavvicinamento con la Russia, considerata complessivamente più debole per le condizioni disastrose della sua economia, per indebolire la posizione globale della Cina che è il vero rivale.

COME HA RISPOSTO PECHINO

In realtà di questa improvvisa e disarmante iniziativa presa da Trump sulla politica della Unica Cina poco importa a Pechino che rimane dura e ferma sulle decisioni storiche e a sua detta inviolabili. Il portavoce del ministro degli esteri Geng Shuang ha espresso «grande preoccupazione» sulla ridefinizione dell’alleanza tra i due paesi, tornando a sottolineare come il concetto di «Unica Cina» non sia in discussione, ma sia, anzi, il vero e proprio «caposaldo» delle relazioni tra i due paesi. Posizione meno sfumata e decisamente più muscolare quella dell’organo di stampa del partito comunista cinese, il Global Times.

Sul quotidiano ha parlato un esperto di politica estera, Li Haidong secondo il quale Donald Trump sarebbe diplomaticamente «immaturo» perché «forse non riflette a fondo sui temi della diplomazia… Dovremmo fargli capire l’importanza e la complessità delle relazioni sino-americane ed impedire che venga manipolato da alcune forze conservatrici».

Ma il quotidiano in lingua inglese si è spinto anche più in là. In un editoriale dal titolo «La politica dell’Unica Cina non è in vendita», ha avvisato il neo presidente americano: «Se Trump sulla politica della Unica Cina abbandona la politica relativa al concetto di “Unica” e continua a sostenere pubblicamente l’indipendenza di Taiwan e a vendere arbitrariamente armi a Taiwan, la Cina non avrà più alcun motivo di collaborare con Washington sugli affari internazionali, contenendo forze ostili verso gli Stati uniti». In risposta alle provocazioni di Trump, «Pechino potrebbe offrire sostegno, perfino assistenza militare, ai nemici degli Stati uniti». Non proprio un ramoscello d’ulivo, considerando che Trump nell’editoriale viene descritto come «un bambino ignorante in tema di relazioni internazionali».

E al di là delle intemperanze verbali – e va specificato che tra Trump e i media più nazionalisti cinesi ci aspetta un periodo di scontri verbali molto intensi anche nell’immediato futuro – sia a Pechino sia a Washington serpeggia preoccupazione per la piega presa nei rapporti tra la nuova amministrazione e la leadership cinese. Secondo alcuni osservatori, come ad esempio Simon Tisdall sulle colonne del Guardian, Donald Trump starebbe scegliendo di giocare la «carta Nixon» al contrario.

COME POTREBBERO CAMBIARE I RAPPORTI USA-CINA SE LE POLITICHE DI TRUMP SULLA POLITICA DELLA UNICA CINA PRENDESSERO PIEDE

“Ritengo di alto valore le relazioni fra Cina e Stati Uniti, e non vedo l’ora di lavorare insieme per estendere la cooperazione Cina-Usa in ogni campo, a livello bilaterale, regionale e globale, sulla base dei principi del non-conflitto, non-scontro, rispetto reciproco e collaborazione vantaggiosa per tutti “, ha dichiarato il presidente cinese Xi Jinping per complimentarsi con Trump dopo l’elezione.

Come dire: accogliere a braccia aperte uno che ti promette un pugno. “Dare addosso alla Cina è cosa comune in America da almeno 30 anni, non bisogna farsi impressionare – questa è la spiegazione di Alberto Forchielli, imprenditore, tra i fondatori di “Mandarin Capital Partners” e presidente di “Osservatorio Asia” – “Non c’è candidato che in campagna elettorale non dia addosso alla Cina”.

Solo sparate elettorali, quindi? “Il 60% delle importazioni di prodotti cinesi negli Stati Uniti sono fatte da imprese statunitensi – prosegue Forchielli -. Mettere i dazi significa tirare la zappa sui piedi alle aziende degli Usa, perché si penalizzerebbero le aziende americane che producono in Cina e importano”. L’intero Oriente potrebbe risentire un attacco frontale alla Cina.

Se le intenzioni agitate da Trump sulla politica della Unica Cina andassero a segno, per Hsbc la Cina ne risentirebbe sul lungo termine, visto che nel breve potrebbe fare affidamento “sul largo mercato interno e su un molte munizioni politiche per sostenere la crescita”. Persino una politica protezionistica e ombelicale come quella di Trump potrebbe beneficiare da rapporti più distesi con il Dragone, ad esempio dall’aumento degli investimenti diretti di aziende cinesi negli Stati Uniti.

Detto in altro modo, posti di lavoro per gli americani. “Se gli Stati Uniti diventeranno più protezionisti sotto Trump“, questo darà alla Cina più ragioni, non meno, per elevare la catena del valore. Inoltre potrà accelerare la spinta della Cina a diversificare i mercati verso cui esporta, orientandosi più verso quelli emergenti e generando più impulso verso progetti come One belt one road”.

Ma infondo, dalle varie dichiarazioni e a conti fatti emerge che i cinesi sono contenti di uno come il tycoon, a prescindere dalle bizzarre intenzioni di Trump sulla politica della Unica Cina, avrebbero sofferto di più un personaggio come Hillary, che è più falco, più scientifica, ha un approccio più mirato, li conosce e sa gestirli. Al contrario, Trump è pragmatico, si può trovare un accordo.

LEAVE A REPLY